Una recente sentenza emessa dalla corte federale d’appello della Federazione Italiana Giuoco Calcio  (qui il link del testo integrale) solleva un principio fondamentale in tema di safeguarding: la tutela dei tesserati non si realizza con adempimenti meramente formali, ma con comportamenti concreti e verificabili.

La sentenza è particolarmente chiara: l’adozione di modelli organizzativi e la nomina delle figure previste non sono sufficienti se non accompagnate da un’effettiva e concreta attività di prevenzione, controllo e intervento.

Il richiamo riguarda in modo diretto due figure centrali della vita associativa: il presidente e il responsabile safeguarding.

Il presidente ricopre una vera posizione di garanzia: è chiamato ad assicurare che la società sia strutturata per evitare comportamenti abusivi, discriminatori o lesivi della dignità dei tesserati. La responsabilità può emergere anche in assenza di conoscenza diretta dei fatti, quando questa deriva da carenze organizzative o da un inadeguato esercizio del controllo.

Allo stesso modo, il responsabile safeguarding non può essere una figura “di facciata”. Il suo ruolo deve tradursi in azioni concrete: monitorare l’ambiente sportivo, garantire canali effettivi di segnalazione, attivare tempestivamente le procedure ed in particolare fare prevenzione attiva di comportamenti inadeguati.

La sentenza evidenzia con chiarezza un principio che deve guidare tutte le realtà sportive: il rispetto delle norme sul safeguarding non si misura nella formalità dei documenti adottati, ma nella loro effettiva applicazione.

Il safeguarding è un impegno concreto: ogni realtà sportiva deve costruire un ambiente sicuro e inclusivo, trasformando le regole in una cultura condivisa a tutela di tutti i suoi tesserati sportivi e non solo.