Via libera dal Consiglio dei Ministri: il documento traccia una strategia decennale per Terzo settore, cooperative, enti sportivi dilettantistici ed enti religiosi. Non è ancora una misura operativa, ma indica la strada: più riconoscimento, meno frammentazione, strumenti fiscali e finanziari più adatti alla funzione sociale degli enti

Il Piano d’azione nazionale per l’economia sociale segna un passaggio importante per tutto il mondo del Terzo settore e, dentro questo, anche per lo sport dilettantistico e sociale. Il documento, presentato al Consiglio dei Ministri il 2 luglio scorso, nasce in attuazione della Raccomandazione europea del 27 novembre 2023, con cui l’Unione europea ha chiesto agli Stati membri di dotarsi di strategie nazionali capaci di sostenere e rafforzare l’economia sociale.

Per associazioni, società sportive dilettantistiche, enti di promozione, cooperative, imprese sociali, fondazioni e organizzazioni di volontariato, il punto centrale è questo: il Piano non introduce nell’immediato nuove agevolazioni o misure già applicabili, ma costruisce una cornice comune per soggetti che, pur diversi tra loro, condividono una stessa logica di fondo. Non operano per distribuire profitto, ma per generare valore sociale, coesione, partecipazione, servizi di prossimità, inclusione, lavoro e comunità.

Dentro il perimetro dell’economia sociale rientrano infatti gli enti del Terzo settore, le cooperative, le mutue, gli enti religiosi civilmente riconosciuti, le fondazioni bancarie e gli enti sportivi dilettantistici. È un riconoscimento non secondario: per la prima volta questi mondi vengono letti non come comparti separati, ma come parte di un unico ecosistema economico e sociale, presente in modo capillare sui territori.

I numeri aiutano a capire la portata del tema. Secondo i dati richiamati dal Piano, l’economia sociale in Italia conta quasi 400mila organizzazioni, oltre 1,5 milioni di addetti e più di 4,6 milioni di volontari. Le associazioni rappresentano la forma giuridica più diffusa, mentre le cooperative assorbono la quota maggiore dell’occupazione. Un sistema che pesa circa l’8% dell’economia privata italiana e che contribuisce ogni giorno alla tenuta sociale del Paese.

Per il mondo sportivo di base, la parte più rilevante è il riconoscimento della funzione pubblica e sociale svolta dagli enti sportivi dilettantistici. Lo sport non viene considerato solo come attività ricreativa o competitiva, ma come infrastruttura di comunità: uno spazio educativo, inclusivo, relazionale, capace di produrre salute, partecipazione, integrazione e presidio del territorio.

Tra le direttrici indicate dal Piano ci sono alcuni temi molto concreti. Il primo riguarda il quadro fiscale e amministrativo: l’obiettivo è costruire regole più coerenti con la natura degli enti che reinvestono utili e avanzi di gestione nelle proprie attività istituzionali e non li distribuiscono. In questa prospettiva, il Piano richiama la necessità di intervenire su fiscalità, aiuti di Stato, IMU, IRAP e semplificazioni, distinguendo meglio chi produce valore sociale da chi opera secondo logiche puramente commerciali.

Un secondo capitolo riguarda l’accesso al credito. Molte associazioni ed enti dell’economia sociale, pur svolgendo attività solide e utili alle comunità, incontrano difficoltà nel rapporto con banche e strumenti finanziari tradizionali. Il Piano propone di rafforzare il Fondo di garanzia per le PMI nella parte dedicata agli enti del Terzo settore, valorizzare gli strumenti europei, promuovere investimenti pazienti e introdurre un possibile “rating sociale”, capace di misurare non solo la solidità economica, ma anche l’impatto generato.

Altro tema decisivo è quello degli appalti e degli acquisti pubblici. Il Piano punta a una maggiore diffusione del cosiddetto social procurement, cioè di procedure pubbliche che non guardino solo al prezzo più basso, ma anche alla qualità sociale degli interventi, all’impatto sul territorio, all’inclusione lavorativa, alla sostenibilità e alla capacità degli enti di rispondere ai bisogni delle comunità. In questa direzione rientrano anche la co-programmazione e la co-progettazione, strumenti già previsti dal Codice del Terzo settore e fondamentali per costruire politiche locali insieme agli enti.

Importante anche il riferimento alla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico e privato per finalità sociali: housing sociale, recupero di beni confiscati alla criminalità organizzata, rigenerazione di spazi pubblici e impiantistica sportiva. Per tante realtà associative e sportive, il tema degli spazi è uno dei nodi più urgenti: senza luoghi accessibili, sostenibili e adeguati, diventa più difficile garantire attività continuative, servizi, inclusione e partecipazione.

Il Piano dedica attenzione anche a formazione, competenze, dati e misurazione dell’impatto. Significa investire non solo sulle risorse economiche, ma sulla capacità degli enti di raccontare e dimostrare il valore che producono. Per associazioni e comitati territoriali, questo potrà tradursi, nei prossimi anni, in una crescente importanza della rendicontazione sociale, della raccolta dati, della formazione dei dirigenti e del riconoscimento delle competenze maturate anche attraverso il volontariato.

Per AiCS, il Piano conferma una direzione da tempo al centro dell’impegno associativo: lo sport sociale è parte integrante dell’economia sociale del Paese. Non è un settore residuale, ma un presidio educativo, culturale e civile. Le associazioni sportive dilettantistiche, i comitati, i volontari, i tecnici e i dirigenti territoriali sono ogni giorno dentro questa economia di comunità: organizzano attività, generano relazioni, intercettano bisogni, favoriscono inclusione, costruiscono welfare di prossimità.

Ora la sfida sarà trasformare la cornice strategica in misure concrete. Il Piano avrà una durata decennale, con monitoraggi previsti nel 2027 e nel 2032, ma perché produca effetti reali serviranno provvedimenti attuativi, risorse, semplificazioni e strumenti accessibili anche agli enti più piccoli.

Per il mondo AiCS, il messaggio è chiaro: prepararsi. Rafforzare competenze amministrative e progettuali, curare la rendicontazione, valorizzare l’impatto sociale delle attività sportive e culturali, consolidare il dialogo con gli enti locali. Perché il futuro dell’economia sociale passerà sempre di più dalla capacità dei territori di dimostrare ciò che già fanno ogni giorno: trasformare partecipazione, volontariato e sport di base in valore pubblico.

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COSA CAMBIA PER ASD, APS E COMITATI

Per il momento il Piano nazionale per l’economia sociale non introduce nuovi obblighi né agevolazioni immediatamente operative. È però un documento importante perché indica la direzione delle prossime politiche pubbliche e riconosce anche gli enti sportivi dilettantistici come parte dell’economia sociale del Paese.

Per ASD, APS e comitati territoriali, questo significa soprattutto cinque cose:

  1. Più riconoscimento del valore sociale dello sport di base
    Le attività sportive, educative, culturali e inclusive promosse sul territorio vengono lette sempre più come parte del welfare di comunità: non solo servizi per i soci, ma azioni capaci di produrre salute, partecipazione, socialità e coesione.
  2. Maggiore attenzione alla rendicontazione dell’impatto
    Nei prossimi anni sarà sempre più importante saper raccontare e documentare ciò che le associazioni fanno: numero di partecipanti, volontari coinvolti, attività inclusive, collaborazioni con scuole, enti locali e reti territoriali, benefici prodotti per la comunità.
  3. Nuove opportunità nei rapporti con gli enti pubblici
    Il Piano valorizza co-programmazione, co-progettazione e appalti con finalità sociali. Per le realtà territoriali significa prepararsi a dialogare meglio con Comuni, Regioni e amministrazioni pubbliche, portando proposte chiare, dati e competenze.
  4. Possibili strumenti futuri su credito, fiscalità e semplificazioni
    Il documento richiama la necessità di strumenti più adatti agli enti che non distribuiscono utili ma reinvestono nelle attività sociali. Non ci sono ancora misure automatiche, ma il tema riguarda da vicino la sostenibilità economica di associazioni e comitati.
  5. Più valore a competenze, formazione e reti territoriali
    Dirigenti, tecnici, volontari e operatori saranno sempre più centrali. Rafforzare competenze amministrative, progettuali e organizzative diventa una condizione decisiva per accedere a opportunità, bandi, collaborazioni e percorsi di riconoscimento.

In sintesi: il Piano non cambia subito la vita quotidiana delle associazioni, ma conferma che ASD, APS e comitati sono parte di un sistema più ampio di economia sociale. Per questo conviene prepararsi fin da ora: ordinare dati e documenti, raccontare meglio l’impatto delle attività, investire nella formazione e rafforzare il rapporto con il territorio.

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