A cura di Graziano Scarascia – Le ricerche più recenti mostrano che una delle competenze genitoriali più importanti non consiste nel controllare il comportamento dei figli, ma nel cercare di comprendere ciò che accade nella loro mente. Ogni genitore, prima o poi, si trova davanti alla stessa domanda.

Può succedere quando un bambino fa i capricci al supermercato, quando un adolescente risponde in modo aggressivo o quando un figlio sembra chiudersi improvvisamente nel silenzio. La reazione più naturale è concentrarsi sul comportamento. Fermarlo, correggerlo, modificarlo.
La psicologia dello sviluppo, però, ci invita a fare un passo in più. Negli ultimi anni un numero crescente di studi ha evidenziato l’importanza di una competenza chiamata Parental Reflective Functioning, traducibile come capacità riflessiva del genitore. Si tratta della capacità di immaginare che dietro ogni comportamento del figlio esistano pensieri, emozioni, paure, bisogni e intenzioni che spesso non sono immediatamente visibili. Le revisioni più recenti mostrano che questa capacità è associata a relazioni genitore-figlio più sicure, maggiore sensibilità educativa e migliori esiti nello sviluppo emotivo del bambino. Un bambino che urla potrebbe essere sopraffatto dalla frustrazione. Un adolescente che si isola potrebbe non voler allontanare i genitori, ma non sapere come esprimere ciò che prova. Questo non significa giustificare qualsiasi comportamento. Significa cercare di comprenderlo prima di intervenire. È una differenza sottile, ma profonda.
Quando un genitore riesce a chiedersi: “Che cosa potrebbe stare vivendo mio figlio in questo momento?”, cambia completamente il modo di comunicare. Anche il bambino si sente visto.
Non soltanto corretto. Dietro un comportamento c’è quasi sempre un bisogno. Uno degli errori più frequenti che possiamo commettere come adulti è interpretare il comportamento dei figli esclusivamente in termini di obbedienza o disobbedienza. Se un bambino piange, pensiamo che sia “capriccioso”. Se protesta, diciamo che è “provocatorio”. Se un adolescente passa molto tempo chiuso nella sua stanza, concludiamo che “non ha più voglia di stare con la famiglia”. In realtà il comportamento rappresenta soltanto la parte visibile di un’esperienza molto più complessa. Come un iceberg, ciò che vediamo in superficie è sostenuto da emozioni, bisogni e pensieri che rimangono nascosti. Un bambino piccolo, ad esempio, non possiede ancora le competenze cognitive ed emotive per dire: “Oggi mi sento insicuro perché a scuola è successo qualcosa che mi ha spaventato.” Molto più probabilmente esprimerà quel disagio attraverso irritabilità, opposizione o richieste continue di attenzione.
Anche gli adolescenti, pur avendo un linguaggio più sviluppato, spesso fanno fatica a dare un nome a ciò che provano. Il desiderio di autonomia, la paura del giudizio e i profondi cambiamenti di questa fase della vita possono portarli a comunicare attraverso il silenzio, la chiusura o reazioni che agli adulti appaiono sproporzionate. La capacità riflessiva del genitore consiste proprio nel fare un passo indietro e domandarsi: “Che cosa potrebbe esserci dietro questo comportamento?” Non per trovare immediatamente la risposta giusta, ma per evitare di fermarsi alla prima impressione. Questo atteggiamento modifica profondamente anche il clima familiare. Un figlio che percepisce di essere ascoltato prima di essere giudicato sviluppa più facilmente fiducia nei confronti dell’adulto. Non significa che accetterà sempre le regole o che i conflitti scompariranno. Significa però che avrà maggiori probabilità di vivere il genitore come una base sicura alla quale tornare anche nei momenti di difficoltà.
Le ricerche mostrano infatti che la capacità dei genitori di comprendere gli stati mentali dei propri figli favorisce una maggiore sensibilità educativa, una migliore qualità delle interazioni quotidiane e un attaccamento più sicuro. Naturalmente nessun genitore riesce a mantenere questo atteggiamento in ogni momento. La stanchezza, il lavoro, le preoccupazioni economiche e lo stress possono ridurre temporaneamente la nostra capacità di riflettere. Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti emersi dagli studi recenti. La capacità riflessiva non è una caratteristica fissa della personalità. Può aumentare oppure diminuire a seconda del livello di stress che stiamo vivendo. Per questo motivo prendersi cura del proprio benessere psicologico non rappresenta un atto di egoismo, ma una forma di cura indiretta verso i propri figli. Molti genitori pensano che educare significhi trovare sempre la risposta giusta. In realtà i figli imparano molto anche osservando il modo in cui gli adulti affrontano gli errori. Un padre che dice: “Prima mi sono arrabbiato troppo, mi dispiace.” Oppure una madre che ammette di non aver capito subito cosa stava succedendo stanno insegnando qualcosa di estremamente prezioso.
Che le relazioni possono essere riparate. Che sbagliare è umano. Che comprendere è più importante che avere sempre ragione. Questa prospettiva alleggerisce anche il peso della perfezione. I bambini non hanno bisogno di genitori impeccabili. Hanno bisogno di adulti disponibili a mettersi in discussione, ad ascoltare e a continuare a imparare insieme a loro. Essere genitori significa accompagnare una persona che cambia continuamente. Ciò che funzionava a cinque anni potrebbe non funzionare più a dieci. Ciò che aiutava durante l’infanzia potrebbe essere inefficace nell’adolescenza. Per questo motivo la competenza più importante non è imparare un insieme di tecniche educative valide per sempre, ma mantenere viva la curiosità verso il proprio figlio. Ogni fase della crescita porta con sé bisogni diversi, nuove paure e nuove risorse. Un buon genitore non è quello che possiede tutte le risposte, ma quello che continua a porsi domande. Forse è proprio questa la forma più autentica dell’educazione: crescere insieme ai propri figli, lasciandosi cambiare dalla relazione con loro. Forse la domanda più utile da portare con sé ogni giorno non è: “Come faccio a farmi ascoltare?” Ma piuttosto: “Che cosa sta cercando di comunicarmi mio figlio attraverso questo comportamento?” Molto spesso è proprio da quella domanda che nasce il dialogo. E il dialogo è uno degli strumenti educativi più potenti che un genitore possa avere.
Tre spunti pratici
1) Prima di correggere un comportamento, fermati qualche secondo. Chiediti quale emozione potrebbe esserci dietro quella reazione.
2) Ricorda che anche i figli stanno imparando a comprendere le proprie emozioni. Spesso il comportamento è il loro modo di comunicarle.
3) Non cercare di essere un genitore perfetto. Essere curiosi, disponibili all’ascolto e capaci di riparare gli errori ha un impatto molto più duraturo.
Per saperne di più
Huynh T. et al. (2024). Parental Reflective Capacities: A Scoping Review of Mindful Parenting and Parental Reflective Functioning. Mindfulness.
Slade A., Sleed M. (2024). Parental Reflective Functioning on the Parent Development Interview. Infant Mental Health Journal.
Se avete Domande o un dubbio sulla psicologia, sulle relazioni o sul benessere emotivo, scrivete alla rubrica una mail a: grazianopsicologo@gmail.com Una selezione delle domande riceverà risposta nei prossimi numeri.
A cura di Graziano Scarascia – Psicologo clinico – Therapoint Forma Mentis Centro di Psicologia.
Nell’ambito del protocollo d’intesa tra AiCS e Therapoint Forma Mentis, sono previste condizioni agevolate per i soci AiCS interessati a percorsi di consulenza psicologica, sostegno psicologico e benessere personale.

