A cura di Graziano Scarascia

Per anni la vita familiare è organizzata intorno a loro.
La sveglia.
La scuola.
Lo sport.
I compiti.
Le visite mediche.
Le cene.
Gli orari da rispettare.
Poi arrivano l’adolescenza, l’università, il lavoro, una relazione. E un giorno quella porta che per anni abbiamo aspettato di sentire aprirsi la sera si apre sempre meno. Un figlio sta facendo esattamente ciò che dovrebbe fare: costruire la propria vita. Per il genitore, però, comincia contemporaneamente un’altra transizione. Che cosa accade quando essere madre o padre continua a essere una parte fondamentale di noi, ma non occupa più lo stesso spazio nella nostra quotidianità?
Nel settembre 2026 Monitor on Psychology dell’American Psychological Association ha dedicato un ampio approfondimento proprio alle nuove ricerche sul cosiddetto empty nesting, il “nido vuoto”. L’immagine tradizionale di una fase inevitabilmente triste è stata progressivamente ridimensionata: per alcuni genitori esiste una temporanea sensazione di perdita, mentre per altri questa fase apre possibilità di crescita personale, nuovi interessi e perfino una maggiore vicinanza nella coppia.
Non perdiamo soltanto una presenza: cambia un ruolo. La questione psicologica è più profonda del semplice silenzio in casa. Per venti o trent’anni una persona può avere risposto alla domanda “chi sono?” anche attraverso una risposta molto importante:
“Sono una madre.”
“Sono un padre.
Quel ruolo non scompare quando un figlio va via. Ma cambia radicalmente. Non bisogna più accompagnarlo a scuola. Non bisogna preparargli la cena ogni sera. Non possiamo più sapere esattamente dove sia e cosa faccia. La relazione passa progressivamente dalla cura quotidiana alla presenza. E questo passaggio richiede un adattamento da entrambe le parti. Le ricerche descritte dall’APA individuano due prospettive che possono coesistere. La prima considera la riduzione delle responsabilità quotidiane come una liberazione di tempo ed energie. La seconda mette invece al centro la possibile perdita di un ruolo che aveva contribuito profondamente all’identità personale. Una persona può sperimentarle entrambe.
Può essere orgogliosa del figlio che parte e sentirne terribilmente la mancanza. Può godersi una casa finalmente tranquilla e, la stessa sera, percepirla troppo silenziosa. Le emozioni umane non hanno l’obbligo di essere coerenti. Quando essere genitore è diventato quasi tutta la nostra identità. Un elemento sembra avere particolare importanza. La transizione può essere più difficile quando, negli anni precedenti, la vita del genitore si è progressivamente concentrata quasi esclusivamente sui figli, lasciando poco spazio ad amicizie, interessi, coppia e progetti persona. Non significa che dedicarsi ai figli sia un errore. Significa ricordare che una persona può ricoprire contemporaneamente molti ruoli.
Siamo genitori. Ma possiamo essere anche partner, amici, professionisti, sportivi, volontari, musicisti, viaggiatori, persone curiose. Quando una sola dimensione occupa quasi tutto lo spazio disponibile, qualsiasi cambiamento di quella dimensione può lasciare un vuoto molto più grande. Ed è qui che associazioni, sport e comunità possono assumere un significato psicologico particolare. Non sono semplicemente modi per “passare il tempo”. Permettono di continuare a costruire identità. Il nido, oggi, non si svuota più una volta sola Anche la famiglia contemporanea sta cambiando. I figli escono più tardi. Possono partire per studiare e poi tornare. Vanno a vivere con un partner, una relazione termina e rientrano temporaneamente in famiglia.
Difficoltà economiche o lavorative possono prolungare la convivenza. Gli studiosi parlano quindi sempre più spesso di nidi parziali, ritardati o reversibili, anziché di un unico momento nel quale i figli lasciano definitivamente la casa. Questo può rendere ancora più complessa la ridefinizione dei confini. Il figlio adulto che ritorna non è il diciassettenne che era partito. E il genitore deve imparare qualcosa di difficile: continuare ad esserci senza riprendere automaticamente il controllo.
La domanda cambia.
Non più:
“Cosa devo fare per mio figlio?”
ma:
“Di che tipo di genitore ha bisogno da me adesso?”
E la coppia? Quando i figli lasciano casa, due persone possono improvvisamente ritrovarsi una davanti all’altra. Per anni gran parte delle conversazioni ha riguardato orari, scuola, problemi, spese e organizzazione familiare. Adesso quella struttura diminuisce. Per alcune coppie è un momento delicato. Per altre rappresenta invece una possibilità.
Un’analisi citata dall’APA, condotta su 3.765 coppie eterosessuali in diverse fasi della genitorialità, ha rilevato che uomini e donne con figli ormai fuori casa riferivano una maggiore vicinanza coniugale rispetto alle coppie con almeno un figlio ancora convivente. I ricercatori precisano però che servono ulteriori studi longitudinali per comprendere meglio questa relazione. Il punto interessante è un altro. Lo spazio lasciato dai figli non deve necessariamente restare vuoto. Può essere nuovamente abitato. Non smettere di essere genitori, ma diventarlo in modo diverso Forse l’espressione “nido vuoto” è ingannevole. La relazione non finisce. Si trasforma.
Il compito non consiste nel trattenere i figli affinché continuino ad aver bisogno di noi, né nel fingere che la loro partenza non faccia male. Consiste nel permettere loro di diventare adulti mentre riscopriamo che anche la nostra vita continua a evolvere. Un figlio che costruisce la propria autonomia non sottrae necessariamente qualcosa al genitore. Può restituirgli una domanda che per molti anni era rimasta in secondo piano: “Adesso, cosa desidero io dalla prossima parte della mia vita?”. Una ricerca, un corso, un viaggio, uno sport, il volontariato, una relazione da coltivare, qualcosa che avevamo sempre desiderato imparare. Non per sostituire i figli. Ma per ricordarci che crescere non è un compito riservato a loro. Anche gli adulti continuano a diventare qualcosa.
E forse una delle competenze genitoriali più difficili consiste proprio in questo: lasciare che i figli costruiscano la loro vita senza smettere di costruire la nostra.
Tre spunti pratici
- Non aspettare che i figli vadano via per coltivare altre parti della tua identità. Amicizie, interessi, coppia e attività personali proteggono il benessere durante le transizioni della vita.
- Chiedi a tuo figlio adulto di cosa ha bisogno, invece di presumerlo.
Il ruolo genitoriale continua, ma sostegno e controllo non sono la stessa cosa.
- Considera questa fase come una transizione, non come una fine.
Domandati quali progetti, interessi o relazioni possono trovare nuovo spazio nella tua vita.
Le vostre domande
Avete una domanda sulla famiglia, sulle relazioni, sui cambiamenti della vita o sul benessere psicologico? Scrivete alla rubrica Mente e Relazioni su grazianopsicologo@gmail.com Le domande dei lettori potranno diventare il punto di partenza dei prossimi articoli.
Per saperne di più
L’approfondimento scientifico che ha ispirato questo articolo è stato pubblicato il 1° settembre 2026 da Monitor on Psychology: The many pathways of empty nesting – American Psychological Association. Riunisce studi recenti sull’identità genitoriale, la coppia, le differenze culturali e le nuove forme di uscita dei figli dalla famiglia.
Dott. Graziano Scarascia
Psicologo Clinico – Therapoint Forma Mentis
Grazie al protocollo d’intesa tra AiCS e Therapoint Forma Mentis, i soci AiCS possono accedere a condizioni dedicate per i servizi di consulenza e sostegno psicologico.

