Il Dipartimento LGBTI di AICS esprime profonda preoccupazione e contrarietà rispetto alle recenti indicazioni del Comitato Olimpico Internazionale, che prospettano la reintroduzione di test genetici – in particolare la ricerca del gene SRY, abbandonato nel 2000 – come criterio per l’accesso alle competizioni femminili a partire dalle prossime edizioni dei Giochi Olimpici.

Si tratta di una scelta che segna un arretramento significativo rispetto al percorso intrapreso negli ultimi anni dal movimento olimpico, che aveva promosso un modello più inclusivo, capace di coniugare equità sportiva e diritto alla partecipazione. Le linee guida del 2021 avevano infatti riconosciuto la complessità dello sport, affidando alle federazioni il compito di definire, disciplina per disciplina, criteri proporzionati e basati su evidenze.

Le nuove indicazioni vanno invece in direzione opposta.

Ridurre l’idoneità sportiva a un singolo parametro genetico significa ignorare la realtà – ampiamente riconosciuta dalla comunità scientifica (vedi bibliografia) – della complessità dei corpi, delle variazioni biologiche e dei molteplici fattori che determinano la performance atletica. Non esiste un unico indicatore in grado di definire l’equità della competizione. 

L’introduzione di questi test solleva inoltre serie criticità: si tratta di pratiche invasive, potenzialmente lesive della dignità delle atlete e prive di una reale efficacia nel garantire condizioni di gara più giuste. Tutte le donne vi sarebbero sottoposte almeno una volta nella vita, alcune sarebbero escluse pur avendo una fisionomia convenzionalmente “femminile”, mentre sarebbero certamente escluse le persone donne transgender e intersessuali.

L’equità sportiva non si costruisce attraverso semplificazioni arbitrarie né tramite criteri uniformi applicati indistintamente a tutte le discipline. Si costruisce, invece, attraverso regole specifiche, proporzionate e fondate su un confronto serio con la comunità scientifica e sportiva.

Lo sport, per sua natura, è fatto di differenze: genetiche, fisiche, fisiologiche. È nella gestione equilibrata di queste differenze che si realizza la giustizia sportiva, non nella loro negazione.

Riteniamo inoltre preoccupante la trasformazione di una questione tecnica e scientifica in una decisione di carattere politico. Il richiamo all’“equità” non può tradursi, nei fatti, in pratiche discriminatorie o in meccanismi di controllo dei corpi.

Lo sport è un diritto umano. In Italia, dal 2023, è garantito dalla Costituzione come diritto fondamentale e strumento di integrazione e promozione sociale. Lo sport femminile – che queste misure dichiarano di voler tutelare – non ha bisogno di essere sottoposto a sorveglianza, ma di investimenti, visibilità, accesso e opportunità reali per tutte.

Per queste ragioni, il Dipartimento LGBTI di AICS si esprime con chiarezza contro questa nuova impostazione e chiede al Comitato Olimpico Internazionale di rivederla, riaprendo un confronto ampio e basato su evidenze con la comunità scientifica, il mondo sportivo e le associazioni.

Le Olimpiadi rappresentano uno dei più alti simboli dello sport globale: devono restare uno spazio di partecipazione, non di esclusione.

Senza inclusione, non esiste vera equità sportiva.

Bibliografia 

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Reuters (2023), Caster Semenya wins appeal over human rights violations
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